A lungo atteso

I percorsi di Kosovo e Metohija, sono un'esperienza di viaggio indimenticabile, consentendo a chi vuol conoscere i Balcani o li ama da tempo, l'esplorazione di luoghi insoliti, da una prospettiva inconsueta. Ecco gli appunti di una nostra socia e viaggiatrice: Angiola Verna. Leggi il diario qui sotto o linkati al form (clicca qui).

Testi di Angiola Verna, disegno e scheda di valutazione del vino di Elisa Colella, foto di Claudio Scamoni

 Il Kosovo è un viaggio

Comincia, come ogni viaggio che si rispetti, con la rassicurante lista delle cose da portare: 1/3 delle quali deciderà puntualmente di restarsene a casa mentre un altro terzo si rivelerà inutile.
Comunque, alla fine, lo zaino che chiudo con l’aria soddisfatta di chi pensa di aver saputo eliminare il superfluo avrebbe fatto bene a pagarsi una quota di iscrizione.
Pesa al punto che da sola non riesco a mettermelo sulle spalle. Cammino sbilanciata, ondeggio, barcollo, mi curvo. Il mio bagaglio è tutt’altro che minimalista pratico ed efficiente. Eppure è destinato a viaggiare.
Già sul treno Pescara-Bari avanza l’imbarazzante percezione della mia oggettiva ignoranza.
Abbiamo prenotato i biglietti ma i posti a sedere non sono vicini.
Così i nostri discorsi, rimbalzando da un sedile all’altro, coinvolgono una giovane coppia che torna a casa dopo un Capodanno a Berlino. Hanno tante domande. La loro curiosità somiglia alla mia. Per questo sono partita. Ma sono le risposte che Mario dà a quelle domande a farmi riflettere. Non so niente davvero.
Nessuna traccia delle notizie dei telegiornali degli anni ’90 che, anche solo passivamente, avrei dovuto assorbire. Man mano che ci avviciniamo a Bari all’imbarazzo si aggiunge un diffuso senso di colpa: possibile che nemmeno una storia delle tante che si sono spezzate nei Balcani ha colpito il mio cuore prima ancora della mia memoria? Possibile che non ricordi una data, un evento, un nome?
Possibile che io fossi così distratta? E da cosa, poi?

Dormire in 4 in una cabina di traghetto ricorda le gite di terza media.
Dormire in 4 in una cabina di traghetto vuol dire dormire poco.

All’alba la costa di Durazzo ci accoglie con un’accozzaglia di palazzi in bilico sull’acqua scura del porto. Perfetta colonna sonora di questo arrivo, che un arrivo non è, “Fine dei giochi” di Ezio Bosso: una coppia di cuffiette in tre, sul ponte del traghetto.
Mario cammina veloce. Stargli dietro significa percorrere il lungo cavalcavia che porta alla stazione degli autobus schivando passanti assonnati almeno quanto noi.
Fuori c’è una pioggia leggera. Fuori c’è una manina sporca che si aggrappa al mio cappotto e mi accompagna mentre attraverso fino al marciapiede opposto. Occhi scuri, per niente spaventati. Una voce che chiede qualcosa in una lingua che non è la mia. Un mendicante di nemmeno cinque anni. Ognuno di noi ne ha uno: infaticabile inseguitore.
Mario ed Elisa regalano marmellate, biscotti e cioccolatini.
Io non ho nulla da dare. Nemmeno i sorrisi, gli scherzi, i giochi che di solito invento. Già questo sarebbe bastato.

Francesco, Anna e Raja sono partiti all’alba per venirci a prendere.
Raja è il nostro driver, guida bene ed è un uomo silenzioso. Anna è la segretaria dell’associazione e soffre il mal d’auto. Francesco è in Kosovo da tre anni ma già da prima aveva contratto quello che lui chiama il virus dei Balcani.
Il mini-bus da nove posti su cui viaggiamo ha rivoli di sangue rappresi sul pavimento e un forte, fortissimo, odore dolciastro. Prima di noi sono stati trasportati dei maiali. Nonostante la notizia e l’odore siano sconvolgenti il mio stomaco non sembra lasciarsi impressionare più di tanto: accetto uno dei panini che hanno portato per noi. Miele e sesamo.

La distanza tra Durazzo e Tirana crea l’illusione che stiamo per arrivare. Almeno fino a quando un’autostrada senza pedaggio, inaugurata da poco più di un mese, ci fa riflettere che il viaggio è anche quello che intanto scorre fuori dal finestrino.
Il ponte su cui Gianni Amelio girò una scena del film Lamerica. La neve sulle cime delle montagne. Cave di bauxite. Un fiume che rincorre l’autostrada disegnando scorciatoie e ripide cascate. La ciminiera di una fabbrica dismessa. Una grande bandiera albanese.
Le case nella loro indecente nudità fatta di mattoni rossi.

Incontriamo Claudio, arrivato un paio di giorni fa da Milano. Resterà con noi per poco più di 24 ore, sempre nascosto da un pesante scaldacollo di lana che lo protegge da un freddo a cui nessuno di noi è abituato.

Il monastero dei Santi Arcangeli è un pesante portone spalancato sulla storia. Per oltrepassarlo lasciamo i nostri passaporti al poliziotto di guardia. Un gesto che qui è confuso con la quotidianità. Oltre il portone ci sono le tracce dello splendore di un tempo: le mura perimetrali di quella che fu la Chiesa, una facciata o poco più del Konak in cui dormivano i monaci fino al 2004. Si toccano con mani incredule capitelli, lastroni di marmo, bellissimi fregi, pietre spezzate che con la sola immaginazione risultano difficili da collocare. Testimoni che meriterebbero ruoli da protagonista in un qualsiasi museo e che invece restano fuori, a difendersi dal vento e dalla pioggia.
Padre Mihailo vive da solo tra queste montagne. E’ un omone dallo sguardo mite. Ci accoglie nella sua casa e ci offre un pranzo che sarebbe bastato per almeno altre dieci persone.

Quando meno te lo aspetti ecco Prizren.
Un ponte ottomano si affaccia su un rivolo d’acqua in cui galleggia spazzatura d’ogni genere. Siamo nel centro storico della città. Una carrozza percorre lentamente quello che sembra un giro turistico. La inseguono bambini di strada il cui più grande desiderio è riuscire a strappare un breve passaggio alla coppia di distratti cocchieri. Gli zoccoli del cavallo scandiscono un tempo lento sul grigio del selciato. Si passeggia sgranocchiando frutta secca tra i piccoli negozi, quasi tutti di orafi. Poi, d’un tratto, cambiano le cose.
Nei pressi della Chiesa di San Giorgio alzare lo sguardo vuol dire precipitare.
Qui cominciava il quartiere serbo. Case su case che in una sola notte sono state date alle fiamme. Oggi è cinico il gioco dei contrasti: il neon dell’insegna dell’Hotel My Home che prevarica la parete bruciata di un abitazione poco più bassa. Nessuna pietà per la Cattedrale, distrutta con il tritolo e oggi ricostruita, né per la vicina cappella che venne copertonizzata.
Le icone, nonostante i tentativi di restauro, sembrano pietrificate. Resteranno per sempre così, pallido ricordo delle preghiere che furono.
Devastati anche la sede vescovile e il seminario, per tacere di tutte le case che incontriamo continuando a salire lungo una strada che spezza il fiato e si inerpica fino alla fortezza che sovrasta la città.
Noi ci fermiamo prima, all’altezza del Monastero di Sveti Spas di cui resta solo la facciata.
Da qui Prizren è molto più grande di quanto mi aspettassi. Da qui il minareto della moschea di Sinan Pashë sembra ancora più alto o, forse, più tozza la sua cupola.
Da qui inizia un cielo fatto di grigi maestosi e azzurri intensi.

Orahovac è un enclave serba, il che è come dire che è un non-paese in cui le persone sono in attesa di riprendere a vivere, solo che mentre aspettano il loro tempo passa.
Lasciamo come da usanza le scarpe fuori dalla porta di casa ed entriamo scalzi nella vita della famiglia Stankovic: una giovane coppia, la madre di lui, una zia, due figli senza contare quello in arrivo e nessuno che abbia un lavoro. Marija ha 5 anni e anche se non ci conosce è da subito entusiasta della nostra presenza.
Si avvicina senza imbarazzo, finge circospezione mentre agita un gattino di peluche, inizia a miagolare, si accoccola sul tappeto e mi chiede una carezza. Le insegno una filastrocca italiana e lei ricambia con la stessa in versione serba. Per lei è un bel giorno quello in cui Francesco o Padre Andrej la portano dai carabinieri. I carabinieri hanno tanto spazio e da loro si può correre. E’ bellissima Marija ma nessuno sa dire fino a quando. Le è stata diagnosticata, anche se ancora latente, una forma gravissima di celiachia: perderà le unghie e i denti.

Siamo stanchi e provati dalle storie che abbiamo ascoltato ma proseguiamo per un’altra enclave, Velika Hoča. E’ buio. In pratica non c’è illuminazione pubblica, quello che vediamo è solo ciò che Raja inquadra con i fanali: case basse, pochissimi negozi, asfalto dissestato che a tratti si apre in voragini, persone che camminano velocemente sul ciglio della strada.
La visita alla cantina vinicola di padre Marko ci riempie le narici dell’odore del vino.
E’ un buon rosso quello che Marko ci offre con gli occhi che gli brillano d’orgoglio.
E’ proprio un buon rosso quello che Elisa fa roteare nel bicchiere mentre anticipa i suoi commenti di sommelier che poi riporterà nella scheda tecnica per il mio diario di viaggio. E’ davvero un buon rosso quello che mi vibra nella gola e mi fa sentire ancora più stropicciata di quello che sono.

SCHEDA
“VINO DEL MONASTERO”
“A Velika Hoča sorgono i vigneti in cui i Monaci di Decani coltivano le uve che danno vita ai vini e ai distillati. Questa è una delle molte attività legate alla cultura della terra, ma proprio da ciò ha inizio il cammino dell'ospitalità. E'infatti tradizione di queste zone offrire ad inizio pasto o come gesto di accoglienza un piccolo bicchiere di distillato. I limiti di un luogo diventano lo stimolo per ogni sorso di questo bere come testamento di quanto più raro su questo orizzonte si trovi. Prodotti che raccontano di chi ha lavorato la terra, rendendola fertile, raccogliendone il frutto e trasformandolo in prezioso dono divino. La semplicità delle cose autentiche dà vita al "Vino del Monastero". Rosso rubino brillante, dalle note Mediterranee, un buon equilibrio nel complesso e ottima acidità, sentori di frutti rossi. Ottimo il "distillato del Monastero” decisamente fragrante e molto interessante in termini di complessità.”
 
Proseguiamo fino a qualcosa che Francesco vuol farci vedere.
Padre Marko non ci accompagna. E’ evidente il perché. Non credo ci si possa abituare alla presenza di quello che all’inizio scambio per un muro ma è monumento alla memoria di chi, quasi tutti giovani, tra il 1998 e il 1999 è scomparso da questi luoghi ed è stato trovato cadavere a distanza di tempo. Vittime del traffico illegale di organi. Rimaniamo in silenzio per un tempo lungo e immobile. Poi, lentamente, riprendiamo a camminare in fila indiana seguendo il fascio di luce dei cellulari di Antonio e Francesco fino a raggiungere la casa del pope, la chiesa, il mini-bus parcheggiato.

Fino a prima di partire, fino a ieri, mi sentivo in disordine più che confusa. Come se un forte vento, arrivato di notte, avesse rovistato a lungo dentro di me, rovesciato vasi sulla terrazza, spezzato rami del mio ulivo, e poi m’avesse lasciata da sola a pensare. Di fatto non sapevo, e ancora non so, se fosse una buona idea venire qui. Per me, intendo. Una che sbircia dalle mani socchiuse a proteggere gli occhi (o lo stomaco?) solo i primi 9 minuti e 21 secondi del bel documentario di Iacona che Mario ci ha “assegnato” come compiti a casa.
Eppure, stasera, mi sembra che tutto avesse una forma.
Sarà che è stata una giornata lunga, fatta di incontri, odori, persone, meraviglie e miserie. Sarà che ho un po’ perso l’orientamento. Ma adesso mi sembra di essere qui da chissà quanto tempo. Anzi, forse mi sbaglio, ma io qui già c’ero.

Dečani è l’apoteosi di quello che provo.
E’ la neve che arriva a vento e mi bagna la pagina. E’ il silenzio sibilante. E’ i militari italiani che difendono la mia paura e il coraggio dei monaci. E’ condividere la notte con Elisa, conosciuta solo ieri, ma con cui ho già vissuto tutto quello che cerco di raccontare. E’ il cibo, abbondante e gustoso, consumato nel refettorio del monastero. E’ la chiesa, perfetta e chiara, nel nero di questa mia prima sera in Kosovo.

Dobro jutro, buongiorno Dečani!
Uscire dalla camera e trovare la neve, in parte caduta stanotte. Trovare il badnjak appoggiato alla porta della Chiesa. In montagna a prenderlo, stamattina prestissimo, sono andati anche Antonio e Mario. E’ una ricerca scrupolosa ed attenta quella della quercia più dritta e fronzuta. Una ricerca che diventa ogni anno più difficile a causa del disboscamento incontrollato di tutto il territorio. Una tradizione pagana, riservata agli uomini. Come pagana è anche l’usanza di legare il capo-famiglia con un pezzo di corda per ottenere piccoli doni.
I monaci ridono dietro le loro bellissime barbe: due signore che aiutano in cucina li minacciano con uno  spago troppo corto. E’ la vigilia di Natale. La seconda in 15 giorni.
Non può essere un caso se tutti abbiamo la stessa espressione a metà tra l’incredulità e lo stupore. C’è qualcosa di speciale a Dečani. Per chi crede ha ragione Francesco: c’è il Sacro.
C’è un giardino con un piccolo roseto e dodici abeti piantati a formare un cerchio al centro del quale c’è il più dritto che io abbia mai visto: è il perno del mondo. C’è la prima pietra, grande, squadrata. Dal giorno della sua deposizione non c’è stata notte senza che un monaco dormisse qui.  Ci sono le candele in cera d’api, affusolate e lunghe, controllate meticolosamente, una per una, da Padre KirijaK che resta in silenzio ma non ci perde di vista mentre seguiamo Francesco, le sue spiegazioni e i suoi racconti. C’è la tomba del re Santo Stefan, fondatore del monastero di Dečani. C’è il polileije di bronzo realizzato con la fusione delle armi dei quasi 12.000 serbi morti nella battaglia di Kosovo Polje. Ci sono le icone con la loro predominante azzurra data dalla polvere di lapislazzulo.
C’è una croce di legno che da sola avrebbe potuto valere il viaggio.
C’è una luce radente, soprattutto all’alba, che fa pensare a uno scherzo di Dio.
Quasi Lui fosse nascosto dietro una colonna.
Non riesco a smettere di ascoltare Francesco. E di guardarlo. Perché parla non tanto con la voce quanto con gli occhi, i gesti, le mani. E’ stato un attimo ma ho visto uno scoiattolo nero. E’ corso velocissimo fino al perno del mondo.
Scrivo su questo quaderno a tappe. E ogni volta che lo prendo in mano mi chiedo che giorno sia. E’ sempre oggi. Il tempo è rarefatto.
Uscire dalle mura del monastero. Salutare il piantone di guardia.

Percorrere a piedi la strada che porta in paese.
Camminare poi con il passo svelto di chi non vuole farsi sorprendere dal buio. Scherzare con gli altri per sdrammatizzare le proprie paure. Non tutte infondate. Arrivare all’incrocio tra le due vie principali, in quello che poi è il centro città, e iniziare a farsi domande. Questo posto è un punto di snodo per la droga che arriva dall’Afghanistan. E’ una cosa che si sa. E’ una cosa che si vede.
Escludendo gli sportelli bancomat ci sono quattordici banche. Ci sono negozi di abiti da cerimonia. Ci sono rivendite di materiale edile con commessi in divisa che attendono i clienti sul marciapiede. Ci sono kafane, bar, piccoli locali pieni di uomini che fumano e guardano fuori. Poche le case.
Non c’è nient’altro.
Entriamo in un forno-pasticceria perché l’aver mangiato troppo non può essere motivo sufficiente per rinunciare ad un dolce con le mele che ricorda uno strudel. Mario è ironico e scherza su tutto. Ma quando dice che il nostro appetito è un trucco, un tentativo fisico di concentrare energie sulla sola cosa che i nostri corpi sono abituati a digerire, non ridiamo. Sappiamo che ha ragione. Torniamo indietro lungo la stessa striscia d’asfalto e neve ghiacciata. Le case diradano fino a sparire del tutto lasciando spazio ai campi coltivati, ad una vigna, ai boschi. Varcando il portone d’ingresso io ed Elisa ci guardiamo ma è lei a sussurrare le parole che sento dentro.
“Grazie perché siamo tornati”.

Se è Natale, come oggi è, ci sono parole che devi conoscere e usare.
“Kristos se rodi.”- “Cristo nasce.”
“Vaistinu se rodi!” “In verità nasce”
Non è solo questione di educazione. Somiglia al rispetto. E’ il nostro modo di ringraziare.
Perché siamo qui. Perché è Natale.
Lo capisci dal freddo e dalle grandi emozioni. Se non l’avessi vissuto avrei fatto fatica a fidarmi del racconto di un altro. Il vespro è una poesia. Immagina il buio. E nel buio accendi la Chiesa di Dečani con tutte le sue candele. I monaci pregano cantando. Vibrano in una sorta di coreografia che li spinge a spostarsi di continuo. Ogni spazio diventa così occupato dalle loro preghiere. Il turibolo disegna nell’aria ghirigori di incenso e campanelle.
Oscillano i candelabri sospesi spinti insieme all’enorme polileije da una coppia di monaci che compie la stessa serie di gesti dandosi le spalle.
Poi, sul finire della funzione, le candele vengono spente una ad una. Tutte tranne quella vicino al Vangelo. “Anche nel fitto delle tenebre la parola di Dio illumina il nostro cammino”. E’ Francesco che, ogni volta che ho un dubbio, una domanda, una banale curiosità, si volta nella nostra direzione, percorre la navata, e viene a darci spiegazioni. E’ come se leggesse i pensieri.

In questo monastero gli italiani sono discriminati positivamente. L’ha detto Padre Sava offrendoci con squisita cortesia, un tè serbo. Questo è accaduto ieri.
Dunque prima ch’io vanificassi tutto quello che dal dopo guerra ad oggi hanno fatto i nostri militari.
Non parliamo d’altro. Ovviamente scherzano. Ma per me riderne non è immediato.
Mi sento pessima. Non so come è potuto succedere. Ero emozionatissima. Per le preghiere recitate in italiano in nostro onore. Per quello che abbiamo ricevuto in questi tre giorni. Perché non conosco nulla o quasi dell’ortodossia e non so come comportarmi.
L’Abate ha voluto che partecipassimo alla benedizione solenne. Una cosa che non succede tutti i giorni. Almeno non a me. Così ha disegnato sulle nostre fronti una croce con dell’olio benedetto. Mi sono allontanata subito dopo. Ma il rito non era finito. Lui si è meravigliato. Ha anche detto qualcosa per richiamare la mia attenzione. Sono tornata indietro solo perché è intervenuto Francesco e, spiegandomi quello che avrei dovuto fare, mi ha riaccompagnata fino a lui.
Così oggi, prima di lasciare Dečani e i suoi monaci, ho deciso di fare attenzione.
A Mario il compito di salutare per primo il Vescovo. Ed io decido di fare esattamente come lui. Ho baciato la mano del Vescovo. Quindi mi sono avvicinata e l’ho baciato tre volte, guancia contro guancia, sfregando appena il ruvido della sua barba in un imbarazzato balletto, danzato da me più che da lui, per evitare di baciarci davvero.
Quando mi sono voltata mi stavano fissando tutti.
Un misto di incredulo stupore e di ilarità trattenuta.
Il Vescovo aveva la bocca spalancata in una “O” di meraviglia.
Adesso lo so. Le donne non guardano nemmeno i monaci negli occhi. Baciare un Vescovo! Non verrebbe in mente a nessuno.
Vorrei poter aggiungere “nemmeno a me”.

Le distanze e i tempi di percorrenza sono indefinibili in Kosovo.
Ma il Patriarcato di Peć non è lontano. E’ circondato da due file di mura. Protetto da filo spinato. Sorvegliato dall’esercito sloveno.
Questo fuori. Dentro c’è un gelso secolare che d’inverno può solo esprimere la sua contorta forza legnosa ma non il verde delle foglie, il profumo dei frutti, la leggenda dei suoi petali destinati a posarsi sulla spalla delle fanciulle che entro l’anno troveranno marito.
La Chiesa è un’esplosione di colori. Il rosso intenso delle mura. Gli azzurri, i verdi, i gialli che si inseguono sulle numerose cupole del tetto. La striscia sottile di bianco che delinea le finestre. Il nero sfuggente delle monache che camminano silenziose.
Alle icone non ci si abitua.
Sono tante, bellissime, e raccontano storie che Francesco ci ha insegnato a riconoscere. Un gigantesco Pantocratore. La natività. San Giorgio che sconfigge il drago. L’albero genealogico di Milutin. La dormizione di Maria. La profezia di Isaia. San Nicola. Il giorno del Giudizio.                     

Attraversiamo Pristina guardandola da dietro i finestrini del mini-bus.
Orribili i palazzi in costruzione. Forse appena più brutti di quelli già edificati. Una riproduzione della statua della libertà. Nulla che invogli a fermarsi. Tanta polvere, ovunque. Eppure avrei voglia di camminare per le sue strade, riempirmi di polvere. Magari prendere un tè. Un fuori programma in cui perdere tempo. O, forse, prenderci il tempo.

Gazimestan. Il colore dei mattoni e il cielo fanno un connubio perfetto.
Da in cima alla torre ovunque guardiamo c’è neve.  Una grande fabbrica soffia in alto un fumo denso e scuro. I tetti delle case sono troppo fragili. In volo, o fermi nei campi, i merli.Attirati in questa piana dal sangue dei morti: cinquantamila turchi e undicimilaottocento serbi.
E’ storia quella che respiriamo a pieni polmoni insieme all’aria freddissima.
Raja è salito con noi e adesso lascia scorrere le sue grosse dita sulla tabella in rilievo che rappresenta il campo di battaglia. Ha gli occhi socchiusi. Ripercorre ogni linea.
Segue con i polpastrelli i soldati che cadono in battaglia. Ogni tanto inclina la testa di lato. E’ serbo. Qui sono le sue radici.

Arrivati a Mitrovica ci fermiamo per togliere le targhe. Altrimenti potrebbe essere pericoloso.
E’ una precauzione che in molti adottano.
La città è divisa a metà. Da un lato i serbi. Dall’altro gli albanesi. In mezzo il ponte che prima serviva ad unirli. Il ponte che noi percorriamo a piedi. Gli occhi che corrono veloci a catturare dettagli. Il cuore che accelera scoprendosi spaventato. Sui palazzi a ridosso del fiume ci sono le postazioni dei cecchini. Sull’asfalto, oltre una barricata di pietre e sabbia, una concertina di filo spinato. Il saluto di un carabiniere italiano rende ancora più surreale questo momento. 
Da qui in poi la città è albanese.
Da qui in poi Francesco rischia davvero: i suoi capelli lunghi, la barba, fanno di lui un possibile bersaglio. Ne siamo consapevoli tutti. Gli restiamo vicini e aspettiamo che sia lui a decidere di tornare indietro. Lo fa presto. Tornare indietro è guardare la faccia conosciuta di Mitrovica.
Fermarsi per una foto ricordo che non servirà a nessuno di noi perché nessuno di noi scorderà mai quello che abbiamo appena provato. Mangiare una zuppa di fagioli alle quattro del pomeriggio. E intanto chiedersi cosa fanno di là dal ponte. Cosa mangiano. Che facce hanno. E provare l’impulso di tornare di nuovo sul ponte per conoscere altre cose che ignoro.

L’ultima pezzo del giorno lo dedichiamo al monastero di Banjska.
Quindici chilometri a nordovest di Mitrovica. Ormai è sera, siamo stanchi, è quasi buio.
Ma neppure tutto questo basta a deluderci. Luci, colori, pietre, icone sembrano essere stati scelti con cura per rendere questo posto adatto a pensare. Padre Danilo è un icona vivente. Una preghiera di serenità. Un uomo attento a quello che ciascuno di noi dice o vorrebbe dire, ascolta in silenzio spesso sorridendo. Una linea sottile distingue quello che possiamo chiedergli da quello che invece non potrebbe raccontare.
A volte oltrepassarla è un attimo.
Ma qui tutto richiede sforzi disumani: niente si presenta banalmente per quello che è ma, anzi, si nasconde dietro simbologie antichissime che incuriosiscono e rendono incomprensibile la storia di questa terra.

Ricordarsi di ricordare di portarsi un collirio. Che qui di sera gli occhi sono pieni di pietre.

Dormiamo in un etno-village a Zvečan: un insieme di bungalow che potrebbe far pensare ad un campeggio del Gargano se non fosse per la collezione di attrezzi agro-pastorali e la neve che continua a cadere.
Le stanze sono pulitissime ma fredde: un termosifone elettrico tenta la titanica impresa di dar calore sia alla camera che al bagno. La cosa, ovviamente, non gli riesce e, anche se la sua solitaria crociata ci commuove, non basta a scaldarci. In compenso la cena che ci viene servita è un tripudio di sapori tale da farci apprezzare anche le temperature: nascondiamo il nostro appetito dietro l’evidente bisogno di calorie da bruciare.
Formaggi, patate, carne speziata, palline di crema di latte, pita e rakja. Kristina, detta Kiki, e i suoi genitori ci raggiungono a metà della cena.
Hanno percorso una trentina di chilometri di sera solo per venire a conoscere “gli italiani” e raccontare un dolore più grande di loro che rischiava di travolgere non solo Kristina ma tutta la sua famiglia.
Quando guardano Francesco i loro occhi si illuminano di riconoscenza: è stata l’associazione che lui rappresenta a cancellare il triste epilogo che la vita aveva intenzione di scrivere per Kiki.
Ma adesso che è tutto risolto e lei è guarita, non le resta che aggiungere paprika alla sua fetta di carne, imbarazzarsi se le chiedono del suo fidanzatino italiano, impettirsi nel sentire che io ed Elisa apprezziamo il suo maglioncino di lana.
Ha dodici anni Kiki e si vedono tutti.
Non vorremmo sembrare invadenti ed evitiamo un po’ tutti di fare domande. Ma abbiamo anche paura di apparire disinteressati. Forse lei è la sola a non accorgersi di quanto ci sentiamo a disagio di fronte alla sua storia difficile da mandare giù insieme ad una baklava che risulta troppo dolce.

L’impressione che si avverte è che è solo questione di fortuna.
Se qui, se ora, non sta succedendo niente. Ci sfiorano notizie preoccupanti.
A Gračanica, durante la messa di Natale, alla quale da programma avremmo dovuto assistere, hanno arrestato  nove persone, portate in carcere e picchiate. E’ un racconto che ci viene fatto da una scrittrice serba, incontrata per caso nello shop del monastero. Impossibile dire se è attendibile, se tutto corrisponde al vero. Ma con questa difficoltà nei Balcani si convive.

“E’ difficile pensare al Kosovo come alla destinazione di un viaggio”.
Questo l’incipit della Lonely planet, la guida che ho comprato prima di partire.
Nel leggerlo, appena qualche giorno fa, mi ero lasciata sfuggire un sorriso. Mi suonava come una banalità. Ma non ero ancora stata a visitare le cucine popolari di Prekovce.
Francesco è combattuto, si vede. Non sa se prepararci a quello che vivremo o lasciarci elaborare ognuno a suo modo. Sceglie una via di mezzo. Ci raccomanda di tenere a mente che quello che vedremo va considerato nei suoi aspetti positivi: le cucine popolari permettono a tanta gente di sopravvivere durante l’inverno.
Però non ci basta.
Già nel magazzino occupato da precarie piramidi di cibo confezionato i nostri sguardi si incrociano condividendo dubbi. Nelle cucine sature di vapore mettere a fuoco le nostre emozioni si complica. Accettare poi l’invito a pranzo del personale significa ingoiare sensi di colpa. Ma il peggio deve ancora venire.
Si materializza presto alle mie spalle sotto forma di persone in fila per un mestolo di brodo caldo. Si concretizza ancora meglio quando iniziamo a seguire il furgoncino che si occupa delle consegne. Le facce di chi ha fame sono tutte uguali: rughe e pochi denti. Elisa aiuta a distribuire il pane, un chilo a famiglia. Francesco scuote la manina di un bambino fino a strappargli via una risata. Antonio fissa i piedi di una bambina infilati in sandali troppo piccoli. Anna distribuisce sorrisi e carezze. Mario si allontana: c’è un fuoco a cui nell’attesa si stavano scaldando tre vecchine, lui va ad alimentarlo o forse a bruciare qualcosa che prova.
Lascio che il mio sguardo segua tutti loro. Cerco inutilmente di capire cosa sia giusto fare.
Sento che qualcosa in me si è rotto e credo che potrei non farcela. Chilometri di strade percorse al contrario non bastano a restituirci le voci.
 

Stasera torniamo a Velika Hoča, siamo ospiti della famiglia Petrovic.
Abbiamo salutato Anna che rientra in aereo a Milano. Francesco, invece, è tornato a Dečani ma ci raggiungerà domani mattina. Rimaniamo in quattro a riassumerci impressioni intorno ad una stufa a legna. Fuori esplodono colpi di miccette. Se sono miccette.
Sere fa a Dečani abbiamo sentito un kalasnikov ma erano “solo” “colpi felici”.Perché qui dicono “sono solo colpi felici” per dire che qualcuno, magari ubriaco, ha sparato in aria. “Il Kosovo è una realtà complessa -ma più un luogo è interessante e meno è facile da capire.” Un’altra frase della Lonely che mi aveva colpito. Una verità assoluta che avevo sottolineato a matita.

HVALA significa GRAZIE.
E “grazie” non è ancora abbastanza in una terra come questa.
Hvala è la parola sentita più spesso. Ringraziano noi. Ed io questa cosa non la capisco.
Mario e Francesco ci hanno spiegato che la nostra sola presenza è per questa gente motivo di speranza, eppure non mi capacito del fatto che davvero gli basti sentirsi ascoltati per pensare che allora, forse, qualcosa può davvero cambiare e credere ancora nel loro sogno rattrappito.

Monastero dei Santi Cosma e Damiano a Zočište. La Chiesa, distrutta, è stata ricostruita dall’esercito italiano. Non è bella come altre che abbiamo visitato. E’ piccola, spoglia, ma conserva un prodigio che ci viene annunciato dall’insolita presenza in un angolo di stuoie e coperte: qui i pellegrini vengono per addormentarsi  in compagnia dei Santi medici.
Di solito si tratta di un sonno breve ma ristoratore che pare abbia qualcosa di miracoloso.
Qualcosa di miracoloso a mio parere si cela nei monaci: nella maggior parte dei monasteri vivono soli, esposti a pericoli che si fa fatica a immaginare almeno fino a quando il monaco che abbiamo davanti non ci racconta che appena sei mesi fa è stato aggredito da un gruppo di ragazzini armati di manici di badile: 5 punti di sutura ed un mese di degenza in ospedale.
L’odore di spazzatura bruciata è nauseante.

C’è ancora tempo per girare un po’ le strade di Prizren. Mario riesce a conquistare l’ultima copia di una cartina del Kosovo. Elisa fa incetta di salse in un supermercato troppo moderno e troppo vicino al ponte ottomano. Francesco, nonostante da giorni viva da ostaggio della nostra compagnia più che da anfitrione, è ancora pieno di energie che ci conducono fino alla Chiesa ortodossa della Bogorodica Ljeviška Questo sito è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, eppure siamo gli unici visitatori.
Il solito poliziotto seduto nella gabbiola al di là della strada ci consegna con aria seccata un mazzo di chiavi. Entriamo chiedendoci perché gli ottomani che, quasi riconoscendole una aurea di sacralità, trasformarono in moschea la chiesa ebbero maggior rispetto di chi venne poi ad oltraggiarla con il calore dei copertoni bruciati di cui ancora oggi respiriamo l’acre odore.
Il nero della fuliggine di cui ci sentiamo intrisi ha compromesso per sempre molte delle immagini sacre. Il restauro, finito da poco, è servito a far rivivere almeno alcune delle splendide icone che decoravano le pareti. Tra tutte spicca Lei, la Madonna più malinconica ch’io abbia mai visto. I suoi occhi tristi, consapevoli di quello che qui è successo, sembrano vagare intorno alla ricerca di risposte.

Il momento che stiamo per vivere lo immagino già da qualche giorno. Salutare Francesco.
Per non guardarlo negli occhi e farmi sorprendere fragile ho strategicamente deciso di fissare  la sua barba appena sporcata da un filo di bianco.

Il viaggio in autobus fino a Durazzo mi fa capire cosa intendeva la mia guida.
“Se volete sapere quale musica ascoltano i kosovari prendete un autobus e subitevi una dose massiccia di videoclip”. Il verbo subire presente in questa frase non è utilizzato in modo improprio.