il natale di magris

La capanna del bimbo più felice di sempre: senza renne, né regali
di Claudio Magris

Il neonato è là, in quella capanna o stalla, sistemato alla bell’e meglio in chissà quale greppia o culla di stracci, ma quasi nessuno gli bada, a parte i genitori, alcuni pastori che passavano da quelle parti, un asino e un bue, buon fiato animale che riscalda nella notte. Dicono che da qualche parte, là intorno o più in alto, cantassero alcuni angeli, che in ogni caso da quella volta non si sono più fatti sentire. Forse si sente qualcosa quando cantano la gloria di Dio nel più alto dei cieli — e anche nel più basso — perché l’universo è realmente glorioso e di una bellezza indicibile, anche se indifferente al destino e al dolore di chi nasce, vive, muore. Gli angeli cantano anche la pace in terra agli uomini di buona volontà, ma quella pace si vede assai poco — guerre, stragi, violenza, morte dappertutto. Forse aveva ragione Francesco de Grisogono, appartato e geniale matematico e scienziato, quando diceva, con doloroso pessimismo leopardiano, che sarebbe meglio cercare il bello, visto che al mondo ce n’è tanto, piuttosto che il bene così raro e scarso, anche se non per questo smetteva di cercarlo.

Un futuro difficile
Pure quel bambino ha davanti a sé, nel futuro che lo attende, il calvario e la crocifissione. Lo sa, visto che è il figlio di Dio? Un fine e isolato scrittore, Siro Angeli, ha cercato di immaginare, in un romanzo, come e quando Gesù si è reso conto di chi era. È complicato e tragico avere due nature, l’una umana e l’altra divina. Ma intanto lui sorride a modo suo, piange, succhia il latte materno e si addormenta. In quella capanna, ha intorno a sé, ma per poco, uno dei migliori mondi possibili. Un tetto, due buoni animali, quel caldo che protegge dalla notte, perfino una stella più grande delle altre. Le persone venute a dargli il benvenuto sulla terra non sono un clan di parenti, affettuoso ma anche invasivo ed esclusivo, spesso lacerato da perfidie e rancori mescolati ai pur sinceri sorrisi e abbracci di augurio. Sono amici, gente che è là senza essere invitata, senza averne il dovere e senza l’abituale rituale, senza saper bene cosa sta succedendo e tanto meno cosa ne sarà di quel bambino. Non c’è tra loro e con loro alcuno strepito febbrile, rumoroso e aggressivo che si scatenerà molto più tardi tutte le volte in cui si sentirà il dovere di festeggiare quella nascita e quella notte. A Betlemme non c’è posto per le renne di un rubizzo, allegrone e svampito Babbo Natale; non ci sono preparativi affannati e iracondi per le feste, né pranzi grevi che pesano sullo stomaco e sul cuore. Ci sono semplicemente una famiglia ed alcuni nuovi improvvisi amici. Anche lui, il bambino, alcuni anni dopo, parlando con sua madre, chiamerà fratelli e sorelle i suoi amici, uniti a lui da un legame più forte del sangue viscoso.

Un momento felice
Non è venuto a fondare una nuova religione, ce n’erano già troppe, ma a cambiare la vita, come hanno cercato di fare anche altri nati per riscattare il dolore, la miseria, la malvagità, l’ingiustizia che regnano sulla terra mai in pace. Per recidere il cordone ombelicale che lega la vita col male, è necessaria, lui dirà, una spada. Ma in quel momento, sulla paglia, non ha nemmeno una spada giocattolo, così cara ai bambini. Non sarà mai più così felice come tra le braccia della madre e del padre terreno, forse più buono di quello celeste, al quale più tardi, in una notte d’angoscia, chiederà invano di allontanare da lui un calice amarissimo. Ma intanto dorme sereno mentre suonano le zampogne dei pastori. Buon Natale.