Dodici anni

Dodici anni fa, la notte del 17 marzo 2004, si scatenò in tutto il Kosovo e Metohija una maligna caccia all’uomo, per la precisione una caccia ai serbi. In un paio di notti terribili, furono saccheggiate Chiese, distrutti Monasteri, bruciate abitazioni, espulse famiglie, profanati cimiteri, devastati interi quartieri.

Serve ancora ricordare?
Scrive Elena Loewenthal: “... ricordare non porta con sé alcuna speranza. Se anche non dovesse accadere mai più, non sarà per merito della memoria, ma del caso”. E’ stato scritto per la shoah, si attanaglia perfettamente al Kosovo e Metohija.
Da quelle notti terribili non abbiamo imparato alcuna lezione, come spesso avviene quando il peso del sacrificio lo pagano gli altri e non noi stessi.
Un fuoco cova sotto le ceneri in Kosovo e Metohija e i diplomatici sorridono. “Il teatro è normalizzato”, “la situazione stabile”, ripetono come un mantra a cui nessuno crede.
Il presidente del Kosovo, unilateralmente indipendente, reclama a gran voce un esercito.

Alle volte questi dodici anni sembrano un’eternità, altre volte un istante, un istante in cui si consumò un crimine enorme, inenarrabile.
Ancora oggi, l’occidente, l’Italia, l’Europa, dovrebbero chiedersi perché in tre notti di terrore, un manipolo di terroristi indemoniati, riuscì a infiammare una regione piccola quanto l’Abruzzo, distruggendo luoghi che l’identità europea ha definitivamente perduto, mentre i famosi “contingenti di pace” risiedevano inerti nelle loro caserme blindate.

Per tutti noi, che proviamo la giusta vergogna a ricordare questi giorni, Amici di Dečani, vuole proporre la forte testimonianza di quell’orribile marzo 2004. Per provare a riflettere, per chiedere con tutta l’umiltà di cui siamo capaci, l’unica cosa accettabile e possibile: Scusa.
Scusa a chi fu vittima innocente.

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